L’isola di plastica nel Pacifico non è sparita, ma non è più ferma
Non è un’isola nel senso tradizionale del termine. Non ha spiagge né confini visibili. Eppure, la Great Pacific Garbage Patch, spesso chiamata “isola di plastica”, è una delle più grandi concentrazioni di rifiuti mai create dall’uomo.
Si trova nel Pacifico settentrionale, tra il Nord America e le Hawaii, intrappolata da un sistema di correnti oceaniche che trattiene ciò che galleggia. Oggi la sua estensione stimata è di circa 1,6 milioni di chilometri quadrati: per rendere l’idea, una superficie più ampia di molti Paesi europei messi insieme. Non è una distesa compatta, ma un’area in cui miliardi di frammenti di plastica — visibili e invisibili — si accumulano e si muovono lentamente.
Quando il fenomeno iniziò a essere osservato alla fine degli anni Novanta, le dimensioni apparivano più ridotte. In parte perché la quantità di plastica negli oceani è cresciuta nel tempo, ma soprattutto perché non esistevano strumenti adeguati per rilevare microplastiche e rifiuti sommersi. Oggi sappiamo che la maggior parte della plastica non si vede a occhio nudo, ed è proprio questa consapevolezza ad aver cambiato il modo di affrontare il problema.
La novità più importante è che non ci si limita più a descrivere l’isola di plastica.
Da alcuni anni, organizzazioni internazionali stanno lavorando direttamente nell’area per rimuovere i rifiuti. La più attiva è The Ocean Cleanup, un’organizzazione con base nei Paesi Bassi che opera nel Pacifico con sistemi galleggianti progettati per sfruttare le correnti oceaniche. Queste strutture non “pescano” la plastica, ma la intercettano passivamente, riducendo l’impatto sugli ecosistemi marini.
Le operazioni si concentrano soprattutto sui rifiuti più grandi, come reti da pesca abbandonate, che rappresentano una parte consistente della massa totale e una minaccia diretta per la fauna. I risultati non sono simbolici: tonnellate di plastica vengono recuperate e trasportate a terra, dimostrando che la rimozione su larga scala è tecnicamente possibile.
Una volta raccolta, la plastica non viene semplicemente smaltita. Dove le condizioni lo permettono, viene selezionata e riciclata, trasformata in nuovi materiali e prodotti durevoli. La plastica troppo degradata, che non può essere recuperata in modo efficiente, viene destinata a processi controllati di recupero energetico. Non è una soluzione perfetta, ma è considerata preferibile rispetto al suo ritorno in mare sotto forma di microplastiche sempre più difficili da rimuovere.
Accanto alla pulizia in mare aperto, si sta intervenendo anche prima che i rifiuti arrivino nell’oceano. Una parte significativa della plastica marina proviene da un numero limitato di grandi fiumi. Per questo motivo, gli stessi soggetti impegnati nel Pacifico stanno installando sistemi di intercettazione fluviale in diverse regioni del mondo, con l’obiettivo di fermare i rifiuti alla fonte.
Cosa resta da fare
Nonostante i progressi, il problema è tutt’altro che risolto. La quantità di plastica già presente nell’oceano è enorme e le operazioni di pulizia richiedono tempo, risorse e continuità. Senza una riduzione significativa della plastica immessa ogni anno nei mari, anche le tecnologie più avanzate rischiano di inseguire un obiettivo che si sposta.
La vera sfida è quindi duplice: continuare a rimuovere ciò che c’è e impedire che nuovo materiale entri nel sistema. Migliorare la gestione dei rifiuti, ridurre la plastica monouso, progettare materiali più facili da recuperare e investire nella prevenzione resta essenziale.
La buona notizia, però, è concreta: l’isola di plastica non è più un problema ignorato o lasciato alla deriva. È misurata, affrontata e, in parte, già ridotta. Non è la fine del problema, ma è un cambio di fase: dalla constatazione all’azione.
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